martedì, gennaio 31, 2012

Proiettile intelligente colpisce bersaglio a 2 km di distanza

 La tecnologia bellica degli ultimi 80 anni ha consentito all'apparato militare di fare passi da gigante in fatto di accuratezza delle armi da fuoco. Possiamo sparare proiettili calibro .50 con la precisione di un fucile da tiratore scelto, o dirigere una granata intelligente verso il bersaglio dando precise istruzioni al proiettile prima del lancio.

Ma il vero "santo Graal" delle armi da fuoco portatili è un proiettile che si dirige da solo, stabilizzandosi in autonomia durante il volo e consentendo di raggiungere una precisione finora soltanto sognata dai fucilieri di tutto il mondo.

Realizzare un proiettile di questo tipo non è l'impresa più semplice del mondo: se ci limitassimo a copiare i sistemi di guida intelligente utilizzando le tecnologie attualmente in uso (prendendole in prestito, ad esempio, dai missili a guida automatica), ci ritroveremmo con proiettili troppo grossi, troppo complessi, e soprattutto troppo costosi.

La soluzione a questo problema sembra essere arrivata con un'invenzione realizzata da due ricercatori dei Sandia National Laboratories, che hanno progettato e testato un proiettile intelligente per fucili capace di colpire con precisione mai vista ad oltre 2 km di distanza. "Abbiamo una tecnologia molto promettente per la guida di piccoli proiettili, che può essere sviluppato completamente in modo economico e rapido" spiega Red Jones, che ha sviluppato il nuovo proiettili assieme al collega Brian Cast.

Il proiettile di Jones e Cast è sostanzialmente un piccolo missile senza propellente che si adatta in modo dinamico alla situazione di volo, eseguendo piccole ma costanti correzioni di rotta per raggiungere e colpire chirurgicamente il bersaglio.

Per poter funzionare correttamente, il proiettile deve necessariamente liberarsi di uno degli aspetti più importanti delle armi da fuoco dell'ultimo secolo: la canna rigata. La rigatura interna di una canna forza un proiettile a ruotare su se stesso, ottenendo stabilità giroscopica e una traiettoria di volo più pulita, rettilinea e precisa di quella ottenibile tramite una canna liscia.

Il proiettile dei Sandia Labs costringe a liberarsi delle rigature dela canna perchè si stabilizza in volo seguendo un altro meccanismo: un sensore ottico tiene in costante puntamento il bersaglio, contrassegnato da un raggio laser, e il sistema di guida effettua correzioni della traiettoria di volo agendo su piccole alette stabilizzatrici che si dispiegano quando il proiettile esce dalla canna.

In questo modo il proiettile, che ha già una linea di volo più rettilinea rispetto a quelli tradizionali per via del suo centro di gravità spostato in avanti, può raggiungere un bersaglio alla distanza di 1.000 metri con uno scarto di soli 20 centimetri, contro i quasi 10 metri di un proiettile tradizionale.

La centralina di elaborazione esegue circa 30 correzioni di rotta al secondo. "La frequenza naturale di questo proiettile è di 30 hertz, per cui facciamo correzioni 30 volte al secondo. Questo significa che possiamo effettuare grandi correzioni di rotta, per cui non serve essere estremamente precisi ogni volta che si spara" spiega Jones.

Il proiettile, già testato in condizioni che simulano un ambiente di combattimento reale, raggiunge una velocità massima di Mach 2,1 utilizzando i comuni propellenti per proiettili attualmente in circolazione. Se messo a confronto con alcuni dei fucili e delle munizioni moderne più performanti, non è così veloce come potrebbe sembrare, ma i ricercatori contano di poter raggiungere velocità superiori sfruttando una miscela di polvere da sparo appositamente realizzata per questo genere di munizioni.




lunedì, gennaio 30, 2012

Misteriose sfere blu scoperte in giardino britannico

misteriose sfere blu
 Il pomeriggio del 26 gennaio 2012, Steve Hornsby, ex ingegnere aeronautico di Bournemouth, Regno Unito, ha assistito ad uno strano fenomeno: la caduta dal cielo di piccole sfere blu del diametro di circa 3 centimetri, a prima vista non riconducibili a qualunque fenomeno meteorologico noto.

Le sfere sono cadute durante un temporale-lampo della durata di qualche secondo. "Il cielo è diventato di un colore giallo scuro. Come sono uscito da casa per andare in garage c'è stata una grandinata istantanea per pochi secondi, e ho pensato: 'cosa c'è nell'erba?'".

Le sfere sono gelatinose, con un nucleo più tenero e un guscio esterno semirigido. Non hanno odore, non si dissolvono in acqua, e non sono per nulla appiccicose, nonostante sembrino composte per la maggior parte da una sostanza simile a idrogel.

Hornsby ha conservato in frigorifero fino ad oggi la decina di sfere che ha recuperato nel suo cortile, e ha formulato la sua personale teoria su cosa possano essere. Secondo Hornsby, le sfere sarebbero il frutto della coagulazione di particelle di sostanze inquinanti in sospensione nell'atmosfera.

Viene difficile immaginare come delle particelle di sostanze nocive possano coagularsi in modo così regolare, ma senza analisi chimiche non è possibile dire con certezza quale sia la verità.

misteriose sfere blu

Le soluzioni proposte spaziano dall'origine biologica fino al prodotto chimico realizzato dall'uomo. Nella prima ipotesi, sostenuta da Josie Pegg, ricercatrice della Bournemouth University intervistata dalla BBC, le sfere sarebbero uova di invertebrati marini trascinate da una tempesta sulla terraferma. 

"Queste uova sono già state implicate in precedenti incidenti di 'sostanze misteriose'" spiega Pegg. "Sarei portata a pensare che sia un po' troppo presto per la schiusa delle uova, ma abbiamo passato un inverno molto mite. Il trasporto di uova a bordo delle zampe degli uccelli è un fatto ben documentato, e credo che se un uccello fosse stato catturato da una tempesta potrebbe essere il responsabile del fenomeno". 

Sebbene l'ipotesi possa sembrare plausibile, da alcuni non è considerata la più probabile per spiegare il caso specifico. Le sfere non presentano alcuna caratteristica immediatamente riconducibile alle uova, a parte la forma sferica, ma hanno diversi punti in comune con ciò che viene definito "Crystal Soil". 

Il Crystal Soil è un nuovo tipo di materiale fertilizzante a basso impatto ambientale che viene venduto sotto forma di sfere incredibilmente simili a quelle rinvenute nel giardino di Hornsby. Si tratta di palle di idrogel che contengono azoto, fosforo, potassio e altri nutrienti del terreno, e possono assorbire fino a 100 volte il loro peso originale in acqua. "Dopo l'espansione, hanno colori brillanti" spiega un post su Doubtful News, il primo blog a proporre il Crystal Soil come possibile spiegazione. 

Doubtful News, pur in assenza di prove a supporto della spiegazione proposta (se non un'immagine delle sfere di Crystal Soil), sostiene anche che le piccole palle blu potrebbero non essere affatto cadute dal cielo durante la grandinata
Le sfere di Crystal Soil sono inizialmente molto piccole, e Hornsby potrebbe non aver notato quelle minuscole palle azzurre nel suo giardino fino al momento della grandinata di giovedì. Nel frattempo, le sfere sarebbero cresciute di dimensioni assorbendo l'umidità del terreno, fino a diventare quello che possiamo osservare oggi nelle fotografie di Hornsby. 

Per ora, ogni ipotesi è del tutto speculativa, e senza un'analisi chimica delle sfere non sarà possibile definire con chiarezza la loro origine. In attesa di una spiegazione logica e supportata da prove, è già partita la gara a chi formula la teoria più bislacca per spiegare la (temporaneamente) misteriosa origine delle sfere. 


sabato, gennaio 28, 2012

Ragni saltatori sfruttano vista sfocata per calcolare la distanza della preda

ragno saltatore
I ragni saltatori non sono soltanto estremamente intelligenti, oltre che una possibile speranza per l'eterna battaglia contro la malaria, ma sono anche dotati di uno straordinario sistema di calcolo della distanza che non ha paragoni in natura.

I ragni saltatori si sono meritati questo nome per il loro metodo di caccia: di solito lenti e poco propensi agli spostamenti, sono tuttavia in grado di reagire con salti velocissimi se messi di fronte ad una situazione di pericolo, o ad una potenziale preda.

I ragni saltatori possono coprire con un solo balzo una distanza diverse volte superiore alla lunghezza del loro corpo, ma non basta soltanto la potenza muscolare per un gesto atletico di questo genere: occorre infatti possedere una vista molto acuta, che possa aiutare a decidere quale sia il punto migliore per atterrare.

Nell'eventualità di un fallimento, molti ragni saltatori tessono un sottile filo di seta per evitare di cadere rovinosamente a terra, ma questo meccanismo di sicurezza evita soltanto i danni fisici, e non tutela affatto da un balzo mal calcolato che ha fatto fuggire una preda. Nel mondo dei ragni saltatori, mancare il proprio cibo può fare la differenza tra la vita e la morte.

I ragni saltatori sono dotati di una vista particolarmente acuta rispetto agli altri aracnidi: vedono tutto lo spettro luminoso che percepiamo noi, con l'aggiunta dell'ultravioletto, ma la caratteristica più incredibile è che riescono ad ottenere una stima molto precisa delle distanze da coprire con un balzo comparando due immagini del bersaglio, due versioni a bassa e ad alta risoluzione dell'ambiente che li circonda.

I ragni saltatori sono dotati di 4 occhi, due principali al centro e due più piccoli ai lati, che non vengono utilizzati come fanno comunemente molti altri esseri viventi dotati di apparato visivo. Se l'essere umano sfrutta la visione binoculare per calcolare le distanze e la profondità, e altri insetti utilizzano altri metodi più o meno complessi del nostro, i ragni saltatori sono privi di qualunque altro meccanismo di calcolo delle distanze noto.

Come fanno, quindi, ad analizzare correttamente la profondità dell'ambiente che osservano? Gli occhi laterali dei ragni saltatori vengono utilizzati per percepire il movimento di un oggetto e per "centrare" il bersaglio con gli occhi principali. Sono di fatto dei cannocchiali che servono a puntare correttamente gli organi visivi principali, i due grossi occhi frontali.

Gli occhi principali sono strutturati in 4 differenti livelli di fotorecettori: i due livelli più esterni rilevano lo spettro ultravioletto, mentre quelli più interni sono particolarmente sensibili al colore verde. I fotorecettori interni possono ottenere solo un'immagine sfocata del bersaglio per via della loro distanza focale dall'oggetto, ma i ragni saltatori sembrano sfruttare questo apparente handicap per ottenere informazioni sulla distanza dell'obiettivo basandosi sul livello di sfocatura.

Akihisa Terakita, biologo della Osaka City University, ha confermato recentemente questo meccanismo visivo con un esperimento: un ragno saltatore della specie Hasarius adansoni è stato collocato all'interno di un cilindro di plastica in compagnia di 3-6 moscerini. I moscerini sono stati illumitati utilizzando differenti schemi di luce, allo scopo di capire se la luce verde svolgesse un ruolo primario nell'accuratezza del salto degli aracnidi.
Se illuminati da luce verde, i moscerini sono diventati facili prede per il ragno saltatore, ma sotto luce rossa l'aracnide ha mostrato evidentissime difficoltà nel determinare la corretta distanza da coprire.

La luce verde, quindi, produrrebbe il giusto grado di sfocatura per un corretto calcolo della distanza della preda. "Ulteriori ricerche sull'ottica, sulla struttura della retina e sulle basi neurali di questa percezione visiva dei ragni saltatori potrebbero fornire ispirazione anche per i sistemi visivi computerizzati" sostiene Terakita.

giovedì, gennaio 26, 2012

Il tilacino è ancora in vita?

tilacino
I fratelli Levi e Jarom Triffitt, ciclisti in viaggio per la Tasmania, hanno rinvenuto la scorsa settimana un cranio animale durante una delle loro escursioni in bicicletta. Un cranio che, secondo loro, apparterrebbe ad un tilacino, una specie data per estinta da quasi 80 anni.

Il tilacino (Thylacinus cynocephalus), altrimenti detto "lupo  della Tasmania", è stato forse il più grande carnivoro marsupiale che abbia mai popolato la Terra in epoche recenti. Nativo dell'Australia, della Tasmania e della Nuova Guinea, il moderno tilacino sembra aver fatto la sua comparsa intorno a 4 milioni di anni fa, sviluppando caratteristiche in comune con i canidi in quello che viene considerato un esempio da manuale di convergenza evolutiva.

Purtroppo, la sorte del tilacino non è stata delle più felici: iniziò a sparire dalla Nuova Guinea e dall'Australia oltre 2.000 anni fa, probabilmente sia per colpa dell'essere umano, sia per l'introduzione del dingo nelle aree che occupava.
Sebbene più grosso e dalle abitudini diverse, il tilacino era infatti meno versatile nella sua dieta rispetto all'onnivoro dingo, e possedeva un cranio meno resistente se messo a confronto con quello del canide.

Il fatto che il dingo divenne anche un compagno di caccia dell'uomo non fece altro che complicare le cose per il povero tilacino. Cacciato e ucciso per i danni che causava agli allevamenti locali, la popolazione di tilacini australiana raggiunse minimi storici quando gli europei iniziarono ad insediarsi.

Nei primi anni del 1900, la Tasmania era l'unica regione del mondo in cui, con moltissime difficoltà, si poteva osservare un tilacino. Tra il 1880 e il 1900, il governo tasmano iniziò ad incentivare la caccia al tilacino, pagando una sterlina per ogni testa di esemplare adulto consegnato alle autorità, e 10 scellini per un cucciolo.

Negli anni '20 del secolo scorso, in Tasmania sopravvivevano ancora gli ultimi tilacini del pianeta. Ma la loro sorte era ormai segnata: l'ultimo tilacino ucciso in natura fu abbattuto nel 1930 da Wilf Batty, agricoltore di Mawbanna, e il fatto che le autorità decisero di proteggere la specie solo 59 giorni prima della morte dell'ultimo tilacino noto (deceduto in cattività il 10 luglio del 1936) non favorì di certo la conservazione di questo marsupiale.

Fino ad oggi si sono susseguiti diversi avvistamenti di possibili tilacini quanto meno discutibili, e non sono ancora state raccolte prove tali da poter dire con certezza che esistano ancora in natura esemplari di questa specie. Il tilacino è rimasto nella categoria di "specie in pericolo" fino agli anni '80, dato che occorre aspettare almeno 50 anni dall'ultimo avvistamento per dichiarare una specie come estinta, e attualmente viene categorizzato come "probabilmente estinto".

Trovare un cranio di tilacino quasi intatto dopo poco meno di 80 dal suo ultimo avvistamento è qualcosa che fa sicuramente notizia. Potrebbe indicare la presenza di una popolazione ancora sconosciuta di questi marsupiali in alcune delle isole australiane meno esplorate.

Il problema è che, come spesso accade in situazioni a cavallo tra la criptozoologia e la zoologia "ortodossa", non si può semplicemente trovare un cranio e stabilire con certezza che si tratta di una determinata specie con una sola occhiata, e senza nessuna competenza in materia.

"Da quando è stato dichiarato estinto, ogni anno c'è chi dice di aver visto un tilacino" dice Andrew Pask, zoologo dell'Università di Melbourne ed esperto della storia evolutiva dei tilacini. "Ma non è mai stata fornita una prova a sostegno di queste dichiarazioni. Qualche anno fa in Australia ci fu una rivista che offrì un milione di dollari di ricompensa a chiunque fosse stato in grado di fornire prove dell'esistenza in natura di un tilacino vivo. A quel punto la gente si è precipitata nella ricerca del tilacino, ma nessuno ha mai concluso la ricerca. La Tasmania non è così grande, e anche le parti più inaccessibili non sono così inaccessibili...credo che se esistessero ancora li avremmo già scoperti".

L'analisi del cranio, effettuata dai ricercatori del Queen Victoria Museum, ha determinato che si tratta dei resti di un canide non meglio identificato. Il cranio di un canide può trarre facilmente in inganno, specialmente i meno esperti: i tilacini avevano crani morfologicamente molto simili a quelli dei cani, ad eccezione di due denti frontali aggiuntivi.

I fratelli Triffitt, tuttavia, non si sono lasciati convincere dalla spiegazione degli zoologi, sostenendo che ci siano stati molti errori durante le analisi, e che condurranno le loro personali indagini per scoprire la verità.

In attesa dei loro risultati, l'avvistamento dei fratelli Triffitt va ad aggiungersi agli oltre 3.800 avvistamenti registrati dalla data della presunta estinzione. Ma nessuna prova conclusiva che i tilacini, o addirittura intere popolazioni, esistano ancora in natura, rimanendo nascoste dagli insediamenti umani e dalle missioni svolte per scovarli.

Is the Tasmanian Tiger Alive?

mercoledì, gennaio 25, 2012

Scienziato russo sostiene di aver trovato tracce di vita su Venere


Il pianeta Venere non può di certo essere considerato uno dei luoghi più vivibili del Sistema Solare: se anche la gravità non è molto differente da quella terrestre (0,88 volte), con una temperatura superficiale di circa 460°C e una pressione atmosferica 92 volte superiore alla nostra non sembra essere l'habitat ideale per qualunque forma di vita terrestre che conosciamo. 

Sia chiaro: non possiamo escludere a priori, e con certezza matematica, che Venere sia completamente disabitato. Tempo fa, alcuni ricercatori suggerirono l'ipotesi che potessero esistere (in via del tutto teorica) alcune forme di vita negli strati più alti dell'atmosfera di Venere; ma in assenza di prove a sostegno di questo scenario, le caratteristiche di questo pianeta suggeriscono esattamente l'opposto. 

Leonid Ksanfomaliti, scienziato dell'Accademia Russa delle Scienze ed ex membro del team scientifico delle missioni russe che hanno toccato Venere tra gli anni '70 e '80 del secolo scorso, sostiene che alcune delle foto scattate dalla sonda Venera-13 mostrerebbero forme di vita venusiane finora scappate al vaglio degli esperti. 

La sonda Venera-13 venne lanciata nel 1981 a 5 giorni di distanza dalla sua gemella Venera-14, con la missione di atterrare su Venere dopo 4 mesi di viaggio e registrare ogni parametro utile a fornire un quadro più completo sulle caratteristiche del pianeta, oltre che scattare fotografie della sua superficie. La sonda atterrò su suolo scuro e fine, simile a roccia fresca, e iniziò a riprendere il panorama venusiano e a trivellare il terreno per prelevarne un campione. Purtroppo, il periodo di vita della sonda superò di poco le due ore (la sua gemella non arrivò nemmeno ad un'ora) per via delle condizioni atmosferiche di Venere, che ben presto misero fuori gioco i nostri esploratori robotici. 


Durante le riprese fotografiche, vennero scattate immagini ad alcuni oggetti che sembrarono cambiare posizione da un frame all'altro. "Suggerisco molto coraggiosamente che le caratteristiche morfologiche degli oggetti ci consentirebbero di dire che si tratta di esseri viventi" ha affermato Ksanfomaliti a Ria Novosti.

In una delle immagini, compare un oggetto che Ksanfomaliti definisce "a forma di granchio", e che sembra cambiare posizione da uno scatto all'altro. In un'altra fotografia, Ksanfomaliti vede uno "scorpione" basandosi esclusivamente sulle vaghe forme visibili dall'immagine a bassa risoluzione. Inutile dire che queste affermazioni così spinte hanno suscitato un acceso dibattito negli ultimi giorni.

Iniziamo dal "granchio": come fa notare Jonathon Hill, tecnico del Mars Space Flight Facility che si è occupato dell'elaborazione delle immagini ricevute dalle missioni marziane della NASA, la versione ad alta risoluzione della stessa immagine della Venera-13 escluderebbe del tutto che l'oggetto semicircolare possa essere di un organismo vivente.

Quell'oggetto non sarebbe altro che un componente meccanico della sonda. "Se gli oggetti fossero già stati sulla superficie di Venere, quali sono le possibilità che Venera 13 e 14, atterrate a 1.000 km di distanza l'una dall'altra, possano atterrare a pochi centimetri di distanza da questi oggetti, che si trovano nella stessa posizione relativamente alle sonde? E' molto più sensato dire che è un pezzo del lander progettato per staccarsi durante il dislocamento di uno degli strumenti scientifici" spiega Hill.

L'oggetto in questione sarebbe una copertura semicircolare di una lente della telecamera di bordo staccatasi dalla sonda dopo l'atterraggio. Il cambiamento di posizione dell'oggetto sarebbe dovuto al fatto che Venera-13 possedeva due telecamere, "una di fronte e una sul retro. Un'immagine mostra il tappo della telecamera frontale, e l'altra mostra il tappo della telecamera posteriore, non un solo tappo che si sposta" spiega Ted Stryk, che ha partecipato alla rielaborazione di molte immagini raccolte durante le missioni spaziali russe e americane degli ani passati.

In effetti, questi oggetti erano già noti per essere tappi di strumenti fotografici, perchè la dinamica del distaccamento della copertura delle lenti era già stata osservata con la telecamera della Venera-14. Nel caso di questa sonda, il tappo finì proprio nel punto in cui la trivella avrebbe dovuto carotare il terreno, alterando la misurazione del suolo venusiano (l'apparecchiatura scientifica di Venera-14 analizzò il tappo, non il suolo).

Venere scorpione
E lo "scorpione"? Basta osservare l'immagine per rendersi conto del problema di base: la scarsa risoluzione. Ingrandendo la fotografia e giocando con il rumore di fondo, è possibile ottenere molti pattern che la nostra innata tendenza alla pareidolia ci fa ricondurre a forme familiari. "Le caratteristiche evidenziate da Ksanfomaliti non sono altro che rumore di fondo elaborato, nel migliore dei casi, su alcune versioni particolarmente imprecise delle immagini. Non sono i dati fotografici originali" sottolinea Stryk.

Un altro scherzo della pareidolia? E' facile lasciarsi andare a facili entusiasmi se si crede in qualcosa o lo si desidera fortemente, è naturale. Capita a chiunque, prima o poi, compresi scienziati dall'esperienza pluridecennale.Un errore grave, in ogni caso, dato che senza immagini originali e una scrupolosa analisi dei dati non si approda a nulla di sensato.

"Sebbene Ksanfomaliti sia uno scienziato serio, la sua teoria fa acqua da tutte le parti" sostiene Aleksandr Bazilevsky dell'Accademia Russa delle Scienze. "Le forme di vita che conosciamo sono basate sulle proteine e non sopravviverebbero mai su Venere. Conosciamo forme di vita capaci di sopravvivere a pressioni di 100 bar sul fondo del mare, e di creature che vivono a temperature di 150°C nei pressi di vulcani sottomarini. Ma le temperature di Venere superano i 500°C".

Russian Scientist's Claim of Life on Venus Proven False

 
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