lunedì, luglio 20, 2009

Grazie Borsellino, ma niente qui e' cambiato

Sono passati 17 anni esatti dal 19 luglio 1992. Di cose ne cambiano, in tutti quegli anni. altre invece rimangono le stesse, per quanto ci si possa sforzare nel cambiare una realta' sociale ed istituzionale nella quale molte figure a meta' tra l'ombra e la luce trovano il loro spazio di manovra.

Diciassette anni fa perdevano la vita il giudice del pool antimafia Paolo Borsellino, amico di un'altra illustre vittima dell'organizzazione mafiosa, Giovanni Falcone. E con lui se ne vanno uomini che avevano votato la loro vita alla difesa di uno dei pochi individui che ha sempre cercato con il suo lavoro di riportare un po' di pulizia ad un' Italia ormai malata e decadente sotto i colpi incessanti della criminalita' organizzata.
Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, coloro che accompagnavano il giudice e lo scortavano, persero la vita, e pochi ricordano ancora i loro nomi.

Sarebbe un gravissimo errore se considerassimo la mafia come un triste capitolo ormai chiuso della storia del BelPaese. La mafia non e' morta, ma e' piu' viva che mai. Basti considerare che e' una delle organizzazioni piu' potenti e ricche del mondo, con un giro d'affari che ammonta non a milioni, ma a decine di miliardi di euro l'anno, quanto il prodotto interno lordo di un piccolo stato.

Il problema della mafia, oggi, come giustamente afferma il leader dell' Italia dei Valori Antonio di Pietro, e' che «La mafia non ha più bisogno di ricorrere alle stragi degli anni novanta, non perchè ci sia stato un patto con le istituzioni, ma perchè queste due entità «si sono mescolate inestricabilmente»
La mafia e' ormai parte integrante dello Stato italiano, e niente puo' cambiare questa situazione se non un cambiamento radicale nella stessa logica politica italiana. Se abbiamo in parlamento "rappresentanti del popolo" con diverse imputazioni per collusione mafiosa, o addirittura condanne passate poi in prescrizione, non possiamo lamentarci piu' di tanto. Li abbiamo mandati noi a rappresentarci. Per quanto possano contare su brogli elettorali piu' o meno sofisticati, il voto, fortunatamente, e' ancora una questione del tutto personale e privata, e l'unico strumento istituzionalmente valido che ci e' rimasto per iniziare un cambiamento che parte dal basso, come tutte le rivoluzioni rosa che si rispettino.

Se accettiamo che alcuni dei nostri rappresentanti possano avere processi su processi, finiti ingiudicati per scadenza dei termini o addirittura per leggi ad personam perche' "tanto sono tutti sporchi, lo fanno tutti, chi piu' chi meno", allora a cosa e' servita la morte di persone come Borsellino, Falcone, ed altri illustri rappresentanti di un' Italia che non ha mai voluto chinare il capo di fronte ad enormi ingiustizie sociali com'e' la mafia?

Alla commemorazione per la morte del giudice Borsellino non era presente alcuna autorita' del Governo. Nessuno lo trova lievemente scandaloso? A "nobilitare" la commemorazione, il vicepresidente della Commissione Nazionale Antimafia Giuseppe Lumia, la neodeputata dell' Italia dei Valori Sonia Alfano, il procuratore nazionale antimafia Paolo Grasso, ed alcune associazioni di liberi cittadini uniti per la lotta contro le organizzazioni mafiose, come l'associazione calabrese "Ammazzateci tutti".

Nessun ministro, nessun parlamentare della maggioranza e del Governo in carica, e latitanza anche di molti rappresentanti dei partiti all'opposizione. Assistiamo alle solite strumentalizzazioni di morti illustri, come nel caso del ministro Maroni, che da una spintarella al Provvedimento sulla sicurezza, in una nota. Altra nota per Angelino Alfano, che dice a distanza «un eroe senza tempo che ha contribuito a emancipare le coscienze dei siciliani».

Ma, forse una spiegazione a tutta questa latitanza delle istituzioni potrebbe esserci: nella penultima intervista rilasciata da Paolo Borsellino, il giudice parla di probabili collusioni tra Cosa Nostra ed imprenditori del Nord Italia come Silvio Berlusconi, non esprimendo pareri definitivi in quanto le indagini sui rapporti tra Berlusconi e Mangano (il fantomatico stalliere di Arcore) erano ancora in corso. Mangano, se qualcuno ha ancora il coraggio di ricordarlo, era la testa di ponte della mafia in Nord Italia e noto trafficante di stupefacenti, anche se da Marcello dell' Utri e dallo stesso Sivlio Berlusconi venne definito come "fu, a modo suo, un eroe".

Concludo citanto le parole di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo:

« Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia. [...] Hanno messo in galera un po’ di persone - tra l’altro condannate per altri motivi e per altre stragi - e in questa maniera ritengono di avere messo una pietra tombale sull’argomento. Devo dire che purtroppo una buona parte dell’opinione pubblica, cioè quella parte che assume le proprie informazioni semplicemente dai canali di massa - televisione e giornali - è caduta in questa chiamiamola “trappola” [...] Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente [...] è che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra repubblica. Oggi questa nostra seconda repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ‘92 »

Se davvero persone come Paolo Borsellino hanno lasciato dentro tutti noi un'eredita' ed una nobilta' d'animo viste raramente al giorno d'oggi, e' arrivato il momento di estrarle dalla nostra cartuccera ed iniziare a sparare.

Pubblicato il: lunedì, luglio 20, 2009

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